il cannobino

7 gennaio: s.s. pietà e folclore

Crediamo che non vi sia paese al mondo che ha e custodisce nei secoli la propria storia così come lo fa Cannobio, borgo di poco più di 5.000 anime posto a ridosso del confine italo-svizzero-ticinese, disteso sul lato piemontese del lago Maggiore.
A Cannobio la storia strabocca ad ogni angolo. Sicuramente il vertice della sua storia è datato 1522, quando, in un freddo gennaio, più volte un quadretto rappresentante la S.S. Pietà, presente in un’osteria che si affacciava sul lago, quella degli Zacchei, emise sangue e acqua ed un piccolo ossicino con frammenti di carne sanguinolenta oggi custodito nella chiesa di San Vittore, lassù in alto, circondato dalla sua nube dorata. Il quadretto originale, del quale si ignora l’autore, è conservato in Santuario.

L’anniversario di tutta questa storia è datato 8 gennaio, ma da molti anni la festa religiosa ha inizio all’imbrunire del 7 gennaio, quando, prelati vestiti “d’oro”, celebrano la messa solenne nella collegiata di San Vittore. Poi la lenta discesa sull’altare della Reliquia della Sacra Costa e la lunga, interminabile fila di fedeli a salutarla con un bacio.
Nel frattempo il buio inghiotte la notte, le luci del paese vengono spente e l’atmosfera si ravviva di migliaia di lumini.
Sono ormai scoccate le 19.00 quando la processione prende forma. Un serpentone di folla che, a passo lento, avanza verso il Santuario. Il vescovo regge la teca con la reliquia sotto il baldacchino di porpora portato da uomini “neri con i guanti bianchi”. A seguire autorità e sindaci con le fasce tricolori. Il rintoccar di campane a festa fa eco allo squillar di trombe della banda cittadina che intona l’inno alla S.S. Pietà. All’affacciarsi al lago, battello e barche di pescatori addobbate a festa ed illuminate partecipano alla processione fino in zona Castello, momento in cui il vescovo benedice il lago, la sua gente ed il lavoro che esso produce. Nel frattempo gli Zabò sono ridiscesi dal Monte Giove non prima di aver illuminato la croce posta in vetta. Fasci di luce di torce disegnano il loro cammino, la stessa luce che affianca il baldacchino lungo tutto il percorso della grande processione. In santuario l’ultima benedizione.
Si lascia in fretta la Piazza. Il freddo è pungente, il tepore delle case e dei ristoranti “condito” dal profumo delle luganighe comincia ad avere il sopravvento alla parte religiosa.
Tradizione gastronomica che si rifà da quasi 500 anni. Lo stesso menù dell’osteria Zaccheo, servito dalla figlia tredicenne Antognina degli Zacchei: pasta e fagioli e luganighe.
La produzione di queste luganighe è prettamente locale, ed ogni produttore tiene segreto la sua ricetta. E’ tardi quando si abbandonano le tavolate, i lumini sembrano intimiditi dal riaccendersi delle luci pubbliche. Il giorno dopo è ancora festa a Cannobio. La Sacra Costa fa solennemente ritorno in San Vittore.
E’ testardo ed inguaribile questo popolo che vive sulle rive di un lago e fra le vallate che ne fanno da corona, non per nostalgia, ma per il mistero di una ferita incisa nel costato di Cristo che l’otto gennaio 1522 depose una Sua Costa su dei poveri panni ingialliti.
Una ferita che non rimargina...
L’anno prossimo sarà di nuovo festa di popolo.
Valerio Bergamaschi

Pubblicato da la redazione il in notizie - redazione

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